Phi di Azra Kohen

Phi

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Phi

di Azra Kohen

Can Manay non è bello e nemmeno simpatico, ma, in Turchia, tutti hanno rispetto di lui. Un rispetto che è quasi una venerazione, perché Can Manay è diventato non solo ricchissimo, ma anche lo psicologo più famoso del Paese, grazie a “Vision Therapy”, la trasmissione televisiva di cui è produttore e conduttore.

Can Manay aveva da poco superato i trent’anni e già aveva capito come giravano le cose: il mondo era un mercato e tutti avevano qualcosa da vendere. Il segreto era pretendere la cosa giusta dalle persone giuste e non dare in cambio nulla più del dovuto.

In tv, Can interpreta la versione di se stesso che vuole presentare al mondo: quella di terapeuta sicuro e carismatico, che riesce a far emergere il passato dei personaggi famosi che intervista, trasformando il talk show in una seduta di psicoterapia e di riflessioni filosofiche. Nella vita privata, Can è dominato, però, dalle sue ossessioni. Le donne: tante, sempre bellissime, tutte per un tempo che più è breve meglio è. E la ricerca del bello, che Can identifica nella Proporzione Aurea del Phi, che applica scientificamente a tutto ciò che lo circonda.

Aveva allestito casa sua in base allo stesso principio con cui aveva comprato la vasca. Il Phi. La proporzione dei piedi della vasca rispetto al resto, il rapporto fra l’altezza e la lunghezza erano in armonia con il Phi, come tutto ciò che gli esseri umani giudicano bello, e l’ossessione di Can per il Phi era frutto della sua scelta di perseguire in modo scientifico la ricerca della bellezza. Questa era la sua unica debolezza.

Nella vita di Can entra – all’inizio senza saperlo – Duru, ballerina di talento che, con la sua bellezza, sembra incarnare quell’ideale di perfezione a cui lo psicologo tende con tutto se stesso. Peccato che Duru abbia già trovato il suo phi nel corpo di Deniz, il musicista con cui convive e di cui è innamorata. Per Can, abituato a ottenere con qualsiasi mezzo ogni cosa, o persona, che desidera, questo non è un problema. Ma le cose sono più difficili di quel che sembrano.

Circondati da personaggi (la studentessa Bilge con il fratello Dogru, la segretaria Zeynep, la giornalista Özge, il ballerino Göksel, la mentore Eti…) con le proprie storie, spesso sofferte, che costituiscono le sottotrame del romanzo, Can Manay, Duru e Deniz, sullo sfondo di una Istanbul mai nominata, si incrociano casualmente e non, si incontrano e si scontrano, si amano e si odiano in una danza che tiene il lettore attento e che non fa mai intendere, se non nelle ultime pagine della storia, come andranno a finire le cose.

Mentre Dogru usa la sua dote autistica per la matematica per cercare di calcolare il più grande numero primo esistente, sua sorella Bilge tenta la scalata al successo sulle orme del docente Can Manay e Özge, con coraggio e ostinazione, reclama verità e giustizia dalle pagine di una rivista, Can gestisce le vite di tutti coloro che gli stanno intorno con il cinismo di chi sa che, grazie al suo denaro e alla sua influenza, non potrà mai perdere. È davvero così?

Sì, sembra volerci dire Azra Kohen, psicologa cognitivo-comportamentale ancor prima che autrice di successo con la trilogia best-seller Phi, Chi, Pi – il cui primo volume, questo Phi, è stato trasformato in una serie tv amatissima dal pubblico turco. Sì, la vita e le relazioni sono attraversate da compromessi. Da passioni così forti da far calpestare i sentimenti di chi capita sullo stesso cammino. Dall’illegalità, strumento di azione e di distruzione, che può essere perpetrata da chi sembra avere già tutto. E, sì, la gente è disposta a credere a chiunque e a innalzare su un piedistallo chi, in un mondo giusto, non se lo meriterebbe.

Can Manay ha tutto, tranne il vero se stesso, e vuole ancora di più.
Duru ha bellezza, grazia e un grande amore, ma lo vorrebbe ancor più assoluto.
Deniz ha la musica, il successo e una donna bellissima che lo ama, ma si rifugia nella dipendenza.

Attraverso le storie dei suoi personaggi, Azra Kohen porta i lettori a conoscenza di una situazione politica che, nella realtà, sarebbe difficile contestare. Si può farlo nella fiction, raccontando la censura sulle istituzioni culturali, che controlla persino le rappresentazioni teatrali; la commistione tra potere politico, mediatico ed economico, che condiziona la libertà di stampa; il conformismo e la rassegnazione popolare, che spinge a rassegnarsi allo status quo. È un mondo fatto di apparenza e mancanza di autenticità, quello di Phi; un posto dove i rapporti umani hanno un prezzo, a volte molto alto; dove non c’è posto per l’amore se non insieme alla manipolazione e alla sofferenza.

Il genere umano è in una situazione orribile, e non per la fame, le calamità, le malattie… ma perché la curiosità di capire chi siamo veramente, il desiderio di consapevolezza, è stato accantonato, mentre qualsiasi stupidaggine sembra incuriosirci. Siamo smarriti. Nel nostro mondo, estranei a noi stessi, siamo in balia degli imperativi della quotidianità…

Azra Kohen è l’inventrice della “psico-fiction” o “romanzo-terapia”, una forma narrativa che, nel raccontare le storie dei personaggi, guida i lettori in un percorso di consapevolezza. Can Manay stesso, nel corso del romanzo, ha finalmente un incontro con il suo più vero sé. Forse non tutti i lettori usciranno trasformati dalla lettura; però Phi è certo un libro che, una volta letto fino alla fine, resterà dentro.

Bilge si accorse che l’espressione di Can, all’improvviso, si era indurita. Era un’emozione. Nei suoi occhi l’arroganza era sparita, rimpiazzata da qualcosa che nessuno avrebbe associato a lui, perché quell’arroganza era la sua essenza.

Phi, Azra Cohen, “Omnibus”, Mondadori, 2019, pp. 528

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