Poirot a Styles Court

Poirot a Styles Court

Tempo di lettura: circa 4 minuti

Poirot a Styles Court

di Agatha Christie

Si può, a distanza di oltre 100 anni dalla sua prima pubblicazione in lingua originale, recensire il primo romanzo dell’autrice di gialli più nota al mondo, Agatha Christie? Sì, ma con il timore reverenziale di star affrontando un’impresa che solo in pochissimi hanno il diritto di compiere. Come Julian Symons, che firma la bella e dettagliata prefazione dell’edizione italiana Oscar Mondadori, in cui ci racconta che Poirot a Styles Court, il primo romanzo della Regina del Giallo, nacque per rispondere a una sfida che la sorella dell’autrice, Madge, le lanciò.

Agatha – da poco sposata Christie – l’accolse, per dimostrare che sì, era in grado di scrivere un romanzo giallo che fosse pubblicato. Oggi può sembrarci impossibile che la prima avventura di Poirot, già matura e subito amata dal pubblico e dalla critica, fosse stata respinta ai suoi primi tentativi di farsi dare alle stampe. Per fortuna l’editore statunitense John Lane, collegato al marchio inglese Bodley Head, decise di investire sulla giovane autrice e il resto è storia, anzi letteratura. Gialla, e di ottima qualità.

In questa sua prima apparizione pubblica del 1920 Poirot compare quasi in sordina, per rubare la scena a Hastings, che è ancora solo un buon conoscente, nel corso della narrazione. La Christie ci descrive subito le sue stravaganze: la cura ossessiva per i baffetti, la ricercatezza nel vestire, la mania di riposizionare qualunque soprammobile sia solo leggermente disarmonico; e le porta un po’ all’estremo, rappresentando il celebre investigatore belga in misteriose sparizioni (foriere di grandi risultati nelle indagini), in improvvise esplosioni di entusiasmo accompagnate persino da corse, a volte in momenti di abbattimento.

Nei romanzi successivi Poirot diventerà un po’ più contenuto, l’amicizia con Hastings si trasformerà in un solido sodalizio; rimarrà invariata la sua abilità investigativa, che qui già inizia a dare il meglio di sé. L’ambientazione è quella del giallo classico inglese – una grande dimora in campagna; pochi sospetti dalle relazioni intrecciate – e la detection volutamente ispirata a Sherlock Holmes, molto amato dalla Christie.

A Styles Court, nel primo dopoguerra mondiale, la vita scorrerebbe tranquilla, se non fosse per le ristrettezze economiche (i giardinieri sono ormai solo due) e per le tensioni causate dal matrimonio della proprietaria con un uomo ben più giovane di lei, che gli abitanti di Styles considerano un avventuriero. Quando un delitto avrà luogo (e, fateci caso: non lo si dice nella prefazione, ma si tratta del cosiddetto “enigma della camera chiusa”, un sottogenere con sue specificità, che qui aggiunge il mistero del “com’è entrato?” alla ricerca del “chi?”), Hastings chiamerà in azione il detective Poirot, che – con una coincidenza un po’ troppo fortuita, ma assolviamo la giovanissima Agatha – si trova proprio nel paesino di Styles st. Mary.

Sarebbe imperdonabile svelare anche solo il minimo particolare della trama, perché il bello della lettura di un giallo è scoprirla a poco a poco, insieme ai personaggi, e ipotizzare con loro chi sia stato a compiere il delitto e perché. In questo caso, gli indizi sono tanti, i colpi di scena pure (fino alle ultime pagine) e forse non proprio tutti i dettagli, quando il mistero viene disvelato dall’investigatore belga, potevano essere intuiti dal lettore.

Poco importa: ciò che rende Poirot a Styles Court un piccolo capolavoro sono, e credo sarete d’accordo, i ritmi serrati dei dialoghi, che strutturano il libro, soprattutto nella seconda metà. Agatha Christie è una straordinaria autrice di dialoghi e lo rimarrà per tutta la vita. Il processo, con gli incalzanti interrogatori e controinterrogatori, vi porterà sul banco dei testimoni, o tra le fila della giuria, come se foste in un tribunale del primo Novecento. E, alla fine del libro, sarete costretti a dirvi: ancora una volta, non ho indovinato chi è stato.

Poirot a Styles Court, Agatha Christie, Oscar Mondadori, 1979, ed. originale John Lane, 1920.

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