Una scuola senza muri

Una scuola senza muri
Laura Bosio
“Gulliver”, Enrico Damiani Editore, 2019
pp. 136, € 14

“A scuola non è questione di essere caritatevoli e buoni, meno che mai eroici. Per tutti noi quello che facciamo è normale”. Laura Bosio, scrittrice, dirige la scuola per stranieri Penny Wirton di Milano, una delle 44 sedi che, in città grandi e piccole, accolgono gratuitamente i migranti per insegnare loro la nostra lingua, ‘passaporto’ per la permanenza in Italia e per un futuro migliore. Insieme ai suoi volontari, si adopera perché Ibrahim, Bomani, Mariela, Amadou e tanti altri possano imparare a esprimersi nella lingua del Paese che li ospita, e soprattutto a integrarsi nella nuova realtà che li accoglie – in cui si spera troveranno un lavoro – senza perdere la propria identità culturale. Tra i banchi e le sedie multicolori in cui si è trovata quasi per caso, accettando la proposta di Eraldo Affinati e Anna Luce Lenzi (fondatori della prima Penny Wirton, a Roma) di aprire una nuova sede a Milano, Laura insegna ai migranti a parlare e a scrivere in italiano e li ‘affida’ a insegnanti volontari di ogni età, che si adattano ai loro ritmi di apprendimento. È davvero “senza muri”, la scuola di Laura, perché il metodo Penny Wirton non prevede classi rigidamente suddivise per età, ma aule open space dove si lavora gli uni accanto agli altri, magari allo stesso tavolo: i giovani insieme agli adulti, mescolando le razze (concetto da rivedere: i genetisti hanno dimostrato che possono avere più dna in comune un europeo e un africano che non due africani tra loro), le voci, le lingue, in una babele che non è mai confusione ma melting pot produttivo, in cui imparare il significato di “mare”, scoprire affinità e creare legami, persino scambiare ricette. Sì, perché, ci racconta Laura Bosio, la scuola non finisce dopo la lezione: e, con lo stesso spirito libero con cui ci si offre volontari per insegnare, si studia perché lo si ritiene importante, si fanno gli esercizi pure quando nessuno li assegna, gli studenti e i maestri si incontrano a volte al di fuori della sede ‘ufficiale’, trasportando il sapere, la storia locale, i vocaboli nei parchi milanesi, alle cene etniche; o seguendo insieme le complesse pratiche che la nostra burocrazia impone ai migranti, che devono aggiungere il tormento dei documenti allo spaesamento dell’adattarsi a una cultura diversa. Vengono dal mare ma non capiscono cosa sia un’“isola”; se gli si chiede “come stai?” ridono, perché è una domanda imbarazzante: si sono lasciati alle spalle guerre e carestie, drammi familiari, povertà e malattie, trafficanti di uomini e isole turistiche con zone lager deputate a trattenerli; se è andata bene hanno perso l’identità geografica, in molti casi assai di più. Nella scuola Penny Wirton, i volontari sono, per i migranti, il punto fermo da cui ripartire. Senza però certezze: se qualcuno riesce a trovare un lavoro, qualcun altro scompare all’improvviso e non torna più. Magari, però, affronterà il destino con occhi nuovi, anche grazie al paio di occhiali che gli ha regalato il suo insegnante. Nel dramma dei singoli, c’è un disagio collettivo: la distanza non colmata tra il “noi” dei cittadini che accolgono e il “loro” dei nuovi arrivati, un noi e un loro che non hanno ragione di esistere, perché ciascuno è “straniero” per qualcuno. E siamo tutti, alla fine, persone bisognose di aiuto, di contatto, di solidarietà: come scrive Laura Bosio, “Forse il punto è aiutare altri a riconoscersi, mentre aiutiamo noi stessi”.

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