Il gusto di una vita - Iaia Caputo

Il gusto di una vita

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Il gusto di una vita

di Iaia Caputo

Se siete nate/i negli anni Sessanta/ Settanta (ma anche in tempi più recenti), leggete questo libro e sarete felici. Sì, perché Il gusto di una vita – memoir della giornalista, scrittrice ed editor Iaia Caputo – sin dalle sue prime pagine vi riporterà al periodo più bello della vostra vita: quello dell’infanzia e dell’adolescenza, in un’epoca in cui la vita era semplice, e bastava così.

Nello stesso tempo, soffrirete un po’ di nostalgia, perché l’autrice, con la sua straordinaria forza narrativa, vi farà rivivere quel tempo come se foste anche voi lì con lei, seduti alla tavola casalinga in cui il babbo torna la sera a cena, la mamma provvede, dal lunedì al venerdì, a una “cucina punitiva. Cioè nutriente, varia, sana” e nel piatto non bisogna lasciare nulla, perché anche quel giorno, in Africa, un bambino meno fortunato non mangerà.

Certo, avevo delle avversioni, ma la mia infanzia si è svolta lungo gli anni Sessanta, quando l’alimentazione era faccenda squisitamente educativa – si restava seduti fino a quando non si era ingollato l’ultimo boccone, un pasto rifiutato veniva sadicamente somministrato, spesso con sopraggiunta di crudeltà, a cena, e pure freddo, a ogni avanzo lasciato nel piatto ci veniva ricordato che in quello stesso momento in Africa un bambino moriva di fame, ragione per la quale non avevamo sviluppato alcuna compassione per il bambino africano che, al contrario, detestavamo in quanto colpevole dei nostri quotidiani supplizi – e i menu erano del tutto estranei a sensibilità vegetariane.

È il cibo, lo si dichiara sin dal titolo, il filo conduttore del racconto di Iaia Caputo; che, a 60 anni, decide di mettere nero su bianco la sua vita, per condividerne con i lettori soprattutto i momenti belli.

Ed ecco l’infanzia a Napoli, con le tradizioni della buona borghesia, che edificano certezze incrollabili: la guantiera di paste, mai più sostituita – una volta a Milano – dal “vassoio di dolci”; le “ricette a base di crostacei, molluschi e spigole” realizzate rigorosamente dai padri, che non fanno “presagire quel che oggi imperversa: una folla di chef, naturalmente tutti uomini, capricciosi, stellati e sentenziosi come antichi filosofi, che hanno trasformato il più atavico mestiere di cura in un esercizio di tecniche mirabolanti, competitivo, guerresco e ansiogeno.”

Per l’autrice la cucina è amore, benessere, cura. È “andare in scena. Regalare emozioni. Vedere la gratitudine negli occhi degli altri. Inventare qualcosa che altrimenti non sarebbe mai esistita. Emozionare i pensieri. Raccontare una storia.” E, in quanto atto artigianale che richiede “una buona dose di creatività, pazienza, umiltà” e può trasformarsi in arte, ha molto in comune con la scrittura. Scrittura che oggi Iaia Caputo insegna, e che ha costituito la sua professione per tutta la vita; sin da quando, ancora diciassettenne, inizia a collaborare con un giornale di sinistra.

Sono gli anni del femminismo, dell’impegno sociale, delle riunioni di partito fino a notte in mezzo al fumo delle sigarette; il cibo solo un mezzo per sostentarsi, la passione per la cucina ancora tutta da venire, sovrastata da quella politica. Con un compagno del Movimento, mette al mondo una figlia, desiderata ardentemente per poter diventare madre di se stessa – ma, ammette nel memoir, benché si cimenti con pazienza in passati di verdure, ci vorrà ancora molto per imparare a nutrirla.

Si viveva in una sorta di perenne vaudeville, con una fidanzata che usciva e l’ultima conquista che arrivava; si andava in bagno (naturalmente privo di chiavi) e ti trovavi di fronte la ragazza di un tuo caro amico, nuda, che in tutta evidenza non era in compagnia del tuo amico.

È bello, questo memoir, perché non è mai agiografico. Iaia Caputo narra di sé e dei suoi familiari in maniera assolutamente autentica, raccontando le imperfezioni, le cadute, i gesti a volte eccessivi. Il lancio del ragù in salotto da parte di sua madre, ad esempio, che rappresenta quella “crepa nel mondo che ci era armoniosamente appartenuto fino a quel momento” e insieme una sorta di thauma che dà inizio alla sua carriera letteraria: “la scrittura nascerebbe dal tentativo, che forse è soltanto un’illusione, di mettere ordine”.

Ordine che si riflette nella vita domestica dell’autrice. “Nutro un’insana passione per le liste”, ci confessa, “nel tempo sono diventate anche un’ossessione. Solo quando le ho compilate comincio a sentirmi meglio, metto in ordine i pensieri, addomestico il caos”.

La verità è che mi piace occuparmi della casa. Oggi devo sapere cosa c’è e cosa manca, agli altri, a me, per vivere e sopravvivere in quel luogo abitato che condividiamo. E perciò, tutto questo: inventariare, fare la spesa, tenere in ordine gli armadi e cucinare per me ha a che fare con la bellezza. Una bellezza di cui non posso fare a meno. Quella di una pianta che ammicca rigogliosa da un angolo del salotto, di lenzuola profumate in cui dormire, dell’ordine di oggetti amati, di una tavola ben apparecchiata.

Se, oggi, Iaia Caputo cerca con consapevolezza nell’armonia delle cose il suo centro, con il racconto della sua vita ci dimostra, però, che è dal caos che nascono le stelle danzanti. Dal “nulla cosmico, infinito” della prima infanzia, dalla confusione familiare e dall’irrequietezza dell’adolescenza; dalle prime, disordinate esperienze dell’appena conquistata maturità, tra ardore politico e convivenza con compagni di partito liberi e promiscui.

La ragazza che, nel 1978, metteva la pasta a bollire nell’acqua fredda non c’è più. Al suo posto, l’autrice di questo memoir: cuoca ormai provetta ma ancora, a suo dire, “un’artigiana delle parole”, che tratta le sue opere “con cura e umiltà, con responsabilità e rigore”, convinta che “reinventare” sia l’unica soluzione “per non mangiarsi il cuore”. Attraverso il racconto di una vita bella, che è stata – ed è ancora – tutta da assaporare, Iaia Caputo ci dice che l’esistenza va goduta pienamente, senza lasciarsi scivolare accanto le esperienze, ma provandole tutte. Senza rimpiangere il passato: in fondo, se potessimo mangiare di nuovo il gelato al gelso di Capri, la Coviglia di Scaturchio, la pizzetta di Moccia, magari resteremmo deluse/i.

Il gusto di una vita, Iaia Caputo, “Gulliver”, Enrico Damiani Editore, 2020, pp. 144

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